DOVREBBE STARE IN UN MUSEO

In tema di tutela del patrimonio culturale nazionale gli italiani si esprimono volentieri e in modo appassionato, ma le idee sono spesso confuse e viziate da radicati pregiudizi. Inizia con un’intervista a Giuseppe Bertolami il primo di una breve serie di articoli volti a fare chiarezza sulla normativa di riferimento.

Dovrebbe stare in un museo” è un commento postato di frequente sulla pagina di Facebook di Bertolami Fine Art, una delle poche case d’asta italiane a proporre aste di archeologia all’interno del territorio nazionale. “Succede tutte le volte che pubblichiamo le immagini dei lotti posti all’incanto nelle nostre vendite di archeologia: la gente si comporta come se avesse intercettato un traffico illecito e sono in tanti a indignarsi. È evidente che molti di loro prima di arrivare sulla nostra pagina fossero convinti che tutta l’archeologia sia e debba essere musealizzata e facciamo una gran fatica a convincerli che le cose non stanno assolutamente così”. A parlare è Giuseppe Bertolami, tycoon dell’azienda romana: “L’esperienza sui social network si sta rivelando più interessante del previsto. Il mondo a cui la nostra azienda fa istituzionalmente riferimento è quello del collezionismo, un contesto di conoscitori che in alcuni settori può diventare molto elitario, attraverso i social riusciamo però a farci intercettare dalla vasta platea di chi, pur essendo interessato o anche semplicemente incuriosito dall’arte e dalle antichità, non le compera. Parliamo di un pubblico sino a qualche tempo fa sideralmente lontano da noi e che spesso ci avvicina con sospettosa circospezione, ma con cui ci interessa dialogare”.

Tutela dei beni culturali: cosa ne pensano (e ne sanno) gli italiani

Che quadro emerge da questi primi approcci?

Una pregiudiziale diffidenza nei confronti del collezionismo d’arte e di antichità, ritenuto tendenzialmente “cattivo”; le diffuse convinzioni che il valore, anche economico, di un oggetto sia direttamente proporzionale alla sua età (tanto più antico tanto più prezioso) e che la proprietà privata di oggetti di interesse archeologico non sia lecita; una tendenziale ignoranza sulla normativa di tutela dei beni culturali e – me lo faccia dire –  una pronunciata carenza di senso civico.

Carenza di senso civico? Sembrerebbe piuttosto il contrario: le persone che vi avvicinano appaiono molto sensibili al tema della tutela del patrimonio culturale nazionale e quando scrivono che i reperti archeologici posti in vendita nelle vostre aste dovrebbero piuttosto “stare in un museo” esprimono la tendenza a considerare i beni culturali di pertinenza della collettività.

Già, sembrerebbe proprio così. Peccato che a nessuno di quei solerti tutori del patrimonio culturale della nazione sia mai venuto in mente di attivarsi affinché anche solo uno dei reperti passati attraverso le nostre aste in un museo potesse finirci realmente. Gli anglosassoni invece lo fanno abitualmente: quando ritengono che un oggetto di interesse culturale posto sul mercato “starebbe meglio in un museo”, lo acquistano per donarlo allo Stato, reperendo i fondi attraverso campagne popolari di crowdfunding.

Insomma fanno la colletta

Esatto, retorica zero e fatti concreti. Gli inglesi sono pienamente consapevoli che per “Stato” si intende non solo l’apparato statale ma anche il complesso dei suoi cittadini e si comportano di conseguenza. C’è poco da fare, qui da noi è diverso: “lo Stato sono io” è un concetto che la mente di un italiano non considera e allo Stato continuiamo a guardare come ad “altro da noi”, un’entità esterna cui addebitare ogni colpa e ogni compito

Però un episodio accaduto proprio in un’asta Bertolami Fine Art sembra andare nella direzione da lei auspicata, mi riferisco alla campagna di crowdfunding lanciata su FB da un gruppo di ragazzi di Foggia per l’acquisto di una stele daunia del VII secolo a.C. L’acquisto era finalizzato alla donazione del reperto a un museo locale.

Ricorda benissimo. L’episodio risale alla primavera del 2017 e fa ben sperare su un cambio di mentalità in atto: anche in Italia l’idea di sostenere e incrementare il patrimonio culturale della nazione con azioni partite dal basso prende piede. Il nostro patrimonio culturale è davvero troppo vasto per continuare a illudersi che l’amministrazione statale abbia la possibilità di  far tutto da sola, i privati devono fare la loro parte.

Nel 2015, per acquistare il  Tavolo di Teschen, capolavoro delle arti decorative del ‘700 realizzato da Johann Christian Neuber, il Museo del Louvre ha chiesto aiuto ai privati lanciando la campagna di sottoscrizione popolare “Tous Mecénès”. La raccolta ha fruttato uno dei 12,5 milioni di euro pagati al venditore.

Puglia 2017: prove tecniche di crowdfunding per la valorizzazione del patrimonio culturale della nazione

La vicenda della donazione della stele daunia, un frammento di storia del territorio pugliese risalente al VII/VIsecolo a.C., merita di essere raccontata. Domenico Sergio Antonacci e Domenico Moretti, due giovani archeologi di Foggia, individuano il reperto sul catalogo dell’asta di archeologia battuta a Londra da Bertolami Fine Arts il 24 marzo del 2017 e lanciano su FB una sottoscrizione popolare per acquistarla. L’appello dei due intraprendenti ragazzi viene immediatamente accolto e rilanciato da Apulia Felix, una fondazione locale  che si intesta l’operazione partecipando all’asta. Risultato? La stele torna a casa per la modica spesa di 3.190 euro

Intendiamoci, nei musei del territorio pugliese di stele come quella acquistata dalla Fondazione Apulia ce ne sono tante e i promotori dell’iniziativa ne erano ben consapevoli. Lo spirito che li ha animati sin dall’inizio è stato più che altro quello di coinvolgere la gente del territorio in un’azione di alto valore simbolico, dimostrando che ognuno di noi può fare qualcosa per valorizzare il patrimonio culturale della collettività.

Lo Stato italiano consente la proprietà privata dei beni di interesse archeologico

Sarà Il tempo a dirci se quello arrivato tramite Facebook dai due Domenici di Foggia sia stato il primo segnale di un cambio di passo o un fulmine a ciel sereno. Intanto, però, il quadro della situazione è quello tracciato da Giuseppe Bertolami: gli italiani conoscono poco e male la normativa di tutela dei beni culturali – dal 2004 raccolta nel cosiddetto Codice dei beni culturali e del paesaggio, conosciuto anche come Codice Urbani – e sull’argomento nutrono spesso incrollabili convinzioni del tutto infondate. Quel complesso di pregiudizi, spesso di natura ideologica, e fraintendimenti nasce da lontano: si è sedimentato nella coscienza della popolazione a partire dal ‘500, l’epoca in cui, nella Roma dei Papi, nasce il concetto di bene culturale e si cominciano a studiare soluzioni giuridiche per la sua tutela. Una storia avvincente che cercheremo di raccontare su questa pagina.

Cominciamo a sfatare qualche mito: non è vero che in Italia la proprietà privata dei beni di interesse archeologico non sia consentita, se ne fosse venuto in possesso in modo lecito, un privato cittadino potrebbe anche essere il proprietario dei Bronzi di Riace. Come mai, allora, moltissimi italiani sono convinti del contrario? L’equivoco nasce dalla mancata comprensione di un principio basilare della normativa di tutela dei beni culturali, quello in forza del quale gli oggetti archeologici di qualsiasi epoca, valore o pregio ritrovati nel sottosuolo (e, per estensione, in mare) appartengono di diritto allo Stato.

Chi conosce la storia del diritto dell’Italia unitaria sa che tale principio venne introdotto nel nostro ordinamento dalle Leggi n. 364 del 20 giugno 1909 e n. 688 del 23 Giugno 1912 in seguito ai numerosi scandali suscitati da vendite all’estero di importantissimi pezzi offerti allo Stato dopo lo scavo ma che questi non aveva potuto acquistare. Stiamo parlando di quel genere di norme in grado di sancire un cambio epocale: una pratica secolare, l’acquisizione in proprietà dei reperti di scavo, all’improvviso si tramutava in furto in danno dello Stato, un reato penalmente perseguibile. Sarebbe però un azzardo logico concludere, come molti fanno, che dall’individuazione di una nuova fattispecie di reato, lo scavo clandestino, sia automaticamente discesa l’illiceità del possesso, della compravendita e del collezionismo di oggetti archeologici.  Le cose stanno invece così: in Italia la presenza di reperti archeologici nei patrimoni privati è lecita salvo prova contraria, salvo cioè che si riesca a dimostrarne la provenienza da scavo clandestino, vale a dire effettuato dopo il 1909. Superfluo aggiungere che nulla ovviamente osta per la gran massa di reperti acquisiti dalle famiglie e immessi sul mercato prima del 1909, uno straordinario patrimonio che continua a circolare liberamente, con l’unica possibile limitazione della cosiddetta notifica.

La notifica: il grande argine alla dispersione all’estero del patrimonio culturale  italiano

Cosa succede se il legittimo proprietario di un’opera d’arte o un reperto archeologico decide di venderlo all’estero? Per porre un argine alla dispersione del patrimonio culturale italiano al di fuori dei confini nazionali, la legge dispone che l’esportazione dei beni di interesse culturale aventi più di cinquant’anni e realizzati da autore non più vivente sia soggetta ad autorizzazione. Se il bene sarà giudicato di interesse nazionale si apriranno due scenari possibili: l’acquisizione da parte dello Stato al prezzo richiesto dal privato oppure la sua notifica. Strumento di tutela del tutto sconosciuto in molti paesi, la notifica comporta per il proprietario una sostanziale limitazione della facoltà di disporre del bene in piena libertà, impedendogli di portarlo e venderlo all’estero e obbligandolo a tenere costantemente informata la Sovrintendenza di riferimento sulla sua ubicazione. Ritornando ai Bronzi di Riace, se li avesse trovati vostro nonno prima del 1909 o se, anche dopo questa data, li aveste acquistati sul mercato accompagnati da una certificazione in grado di attestarne la legittima provenienza, potrebbero essere vostri e vi sarebbe consentito anche metterli in vendita, solo in Italia, però. Reperti di simile valore sarebbero infatti sicuramente notificati, con la conseguenza di impedirvi di raggiungere i ricchi mercati stranieri.

 

(Continua)

Rossella Ariosto

La presente intervista è stata rilasciata da Giuseppe Bertolami al mensile Ore12, che ringraziamo per la gentile concessione di pubblicazione.