ROMANO DAZZI: STORIA DI UN ENFANT PRODIGE

Un corpus di suoi disegni provenienti dalla Collezione Ugo Ojetti nell’asta 88 di Arte Moderna e Contemporanea in programma venerdì 26 febbraio

di Scarlett Matassi

Nel catalogo dell’asta di arte moderna e contemporanea che Bertolami Fine Art mette in calendario venerdì 26 febbraio una piccola sezione è dedicata a un corpus di disegni per lo più provenienti dalla Collezione Ugo Ojetti. I lavori, eseguiti tra il 1918 e la prima metà degli anni ’20, portano la firma del giovane Romano Dazzi (1905-1976), disegnatore notevolissimo e figura tra le più suggestive nel panorama artistico italiano compreso tra le due guerre. La sua singolare vicenda merita un breve racconto. 

I ragazzi di Via Paisiello tra Balla, boxe e Beethoven

Negli anni dell’adolescenza, Romano, figlio di Arturo Dazzi, scultore di successo, è un acclamato enfant prodige. Ed anche un giovane bellissimo, dal temperamento appassionato, tutto irruenza, senso dell’avventura, entusiasmo per la vita. Gli amici, quasi degli zii per lui, che visitano con assiduità il salotto dei genitori si chiamano Giacomo Puccini, Grazia Deledda, Ugo Ojetti, Anton Giulio Bragaglia, Ettore Tito, Mario Broglio, Roberto Melli e Armando Spadini.  I coetanei Giorgio Amendola e Giuseppe Antonio Borgese sono invece i compagni del cuore. I tre ragazzi vivono a Roma, al 15 di Via Paisiello, la via dove Giacomo Balla ha sistemato il suo studio. Insieme trascorrono un’adolescenza fantastica: da una parte le precoci esperienze intellettuali dei pomeriggi trascorsi al Caffè Aragno, a casa Balla o alle manifestazioni futuriste, dall’altra le sassaiole tra bande rivali, i forsennati allenamenti di boxe e la passione per Beethoven.

La passione per lo sport 

ROMANO DAZZI
Atleti
Matite su carta
PROVENIENZA: Collezione Ugo Ojetti
Lotto 216 dell’Asta 88 Bertolami Fine Art – Roma, 26 febbraio 2021

Acclamato enfant prodige

 Nel 1919, la Galleria d’Arte Bragaglia, una delle più vivaci della capitale, presenta un’esposizione di centoquarantotto disegni di Romano, allora appena quattordicenne. C’è anche un piccolo catalogo curato da Valori plastici, una rivista d’arte importante, e presentato da Ugo Ojetti. Il successo è sorprendente: per l’artista-ragazzino si mobilitano i critici più autorevoli che vedono in lui l’emblema di una nuova generazione maturata anzitempo dall’esperienza della guerra.

Scene di combattimento sono d’altronde i soggetti favoriti dal giovane Dazzi insieme a certi straordinari ritratti di animali. Lo stile aggressivo, il segno velocissimo, l’interesse per la rappresentazione del movimento creano un effetto quasi cinematografico. La guerra di cui si fantastica in quei film disegnati non è però la scioccante vicenda esistenziale illustrata dagli artisti che al fronte ci sono stati davvero, ma un pretesto per raccontare un’altra storia: quella del segreto della vita che si rivela nei corpi in movimento. Un’idea che appartiene profondamente alla prorompente personalità dell’artista, ma anche al dibattito culturale e alle sperimentazioni di quegli anni che egli dimostra di conoscere molto bene.

La guerra sognata

ROMANO DAZZI
Corpo a corpo, 1919
Matita e carboncino su carta
PROVENIENZA: Collezione Ugo Ojetti
Lotto 219 dell’Asta 88 Bertolami Fine Art – Roma, 26 febbraio 2021

Ugo Ojetti e Romano Dazzi: storia di un maestro severo e di un discepolo in fuga

Intorno al prodigioso talento del ragazzo, Ojetti elabora un progetto: applicare su di lui le sue teorie per farne l’artista perfetto. Vale a dire un uomo d’ordine, la cui principale dote sia la capacità di comunicare un contenuto con chiarezza, imparando a governare l’esuberanza della propria creatività con la forza ordinatrice dello stile. Il ferreo, quotidiano controllo esercitato dal critico sembra all’inizio avere la meglio sull’irruenza della sua creatura. Le forme si fanno più ampie ed armoniose e l’obiettivo perseguito è chiaramente quello di realizzare disegni perfettamente compiuti, superando l’istintiva predilezione dell’acerbo artista per il non finito e la fresca immediatezza del bozzetto. Romano si impegna, cerca una docilità che non possiede, ma la forza dei suoi sogni è destinata a travolgere la meditata utopia pedagogica del maestro.

Gli animali

ROMANO DAZZI
Studio di orango, 1919-20
Carboncino su carta
PROVENIENZA: Collezione Ugo Ojetti
Lotto 236 dell’Asta 88 Bertolami Fine Art – Roma, 26 febbraio 2021

1923: la spedizione in Libia

Il pretesto per sganciarsi da quella pesante tutela glielo offre, nel 1923, l’invito del Governo a documentare con una campagna di disegni la spedizione militare in Libia del maresciallo Graziani. I mesi vissuti nel deserto lasciano nel suo animo una traccia indelebile. Al cospetto di una natura selvaggia, libera dalle artificiose sovrastrutture della civiltà, la vita acquista finalmente un senso. Negli autoritratti eseguiti in quel periodo Dazzi rivela ciò che vuole essere: non certo l’artista tutto rigore e disciplina che Ojetti vuole fare di lui, ma un condottiero alla Lawrence d’Arabia che, in costume arabo e a dorso di cammello, attraversa da solo il deserto. Quest’immagine eroica è confermata anche da certi splendidi autoritratti fotografici coevi che ce lo consegnano bello, a torso nudo e guanti da boxe, oppure con il cappello calato di traverso sul volto rabbuiato e l’eterna sigaretta che pende da un angolo della bocca. Scelte iconografiche che anticipano l’inevitabile epilogo del suo rapporto con Ugo Ojetti: una rottura amara, vissuta dal critico con risentimento.

In Libia al seguito del Maresciallo Graziani

ROMANO DAZZI
Ascaro che danza, 1923
Carboncino su carta
PROVENIENZA: Collezione Ugo Ojetti
Lotto 254 dell’Asta 88 Bertolami Fine Art – Roma, 26 febbraio 2021

Un artista controcorrente

In seguito l’artista ritorna ai motivi peculiari della sua ispirazione: la passione, un’ossessione quasi, per la resa del movimento insieme alla predisposizione per il non finito e per l’idealizzazione delle forme. Una linea destinata in Italia a subire una pesante sconfitta. Trionfa invece l’indirizzo teorizzato dal suo Pigmalione di un tempo e messo in pratica, nella scultura, da Arturo, il padre-Saturno che il gossip dei collezionisti vuole così geloso del talento del figlio da osteggiarne la carriera. A Romano, sempre più isolato, resta la consolazione dell’entusiasmo che gli ambienti americani in Italia riservano al vitalismo (così “americano”, appunto) della sua opera.  

Da quel mondo l’ultimo schiaffo per Ojetti: “Self Development in Drawing as Interpreted by the Genius of Romano Dazzi and Other Children”, un libro di Walter Beck in cui, partendo dall’esempio dell’autodidatta Romano Dazzi, si teorizza un metodo di insegnamento del disegno basato sull’abolizione di ogni forma di didattica coercitiva.

ROMANO DAZZI
Studio di tigre, 1925
Carboncino su carta
PROVENIENZA: Collezione Ugo Ojetti
Lotto 238 dell’Asta 88 Bertolami Fine Art – Roma, 26 febbraio 2021

Credits:

Articolo pubblicato su gentile concessione della testata ArtsLife

Le immagini sono tratte dal catalogo dell’asta 88 di Arte Moderna e Contemporanea di Bertolami Fine Art
“DAL XIX AL XXI SECOLO: DIPINTI, DISEGNI E SCULTURE
Con una sezione dedicata all’arte a Roma tra le due guerre”

26 febbraio 2021 – Roma, Palazzo Caetani Lovatelli